Tutti gli indicatori economici ci segnalano che l'Italia non è ripartita e che la crescita, modestissima e trainata solo da alcuni settori industriali, non aggancia la ripresa. Tasse e debito pubblico, meriterebbero una menzione a parte, tuttavia, sono lentamente e costantemente in aumento. A chiudere il quadro, la notizia dell'Istat secondo cui, nel 2016, trentatré (33) milioni di italiani non hanno aperto neanche un libro.
Le congiunture economico-politiche internazionali non aiutano, ma il dato più inquietante, all'origine di tanti problemi di casa nostra, è proprio quello fornito dall'istituto nazionale di statistica relativo al rapporto degli italiani con la lettura.
Un Paese che non legge, che non si informa, che non si aggiorna, è un Paese la cui comunità, nel suo complesso, non è in grado di leggere e interpretare correttamente la realtà. Emerge quindi una società sostanzialmente incapace di riconvertire e riconfigurare il proprio sistema politico, sociale ed economico-imprenditoriale, rispetto alle trasformazioni intervenute su scala mondiale.
Ed è proprio questa la situazione che stiamo vivendo in Italia. Un ritardo tecnico, culturale e intellettuale, che possiamo osservare, per esempio, nell'incapacità delle piccole imprese, – schiacciate dalla saturazione/stagnazione di mercato e dalla competizione mondiale – di unire risorse e competenze verso progetti di rilancio industriale comune.
Un Paese così è fuori dalla competizione mondiale ed è destinato a un lento ma inesorabile impoverimento. Non resta dunque che riporre le speranze nella nuova offerta politica e nella capacità dei giovani leader, di invertire la tendenza, prima di tutto attraverso un forte impulso alla cultura.

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