sy

martedì 2 maggio 2017

Dopo settant’anni rimane ancora senza mandanti la strage di Portella della Ginestra

Portella della Ginestra: un nome piacevole, primaverile, che, tuttavia, evoca un giorno di sangue, indissolubilmente legato alla prima, sanguinosa strage dell’Italia Repubblicana. Il primo maggio 2017 ricorrono settanta anni da quel giorno in cui una folla inerme di lavoratori, donne, bambini e anziani, fu bersagliata dalle raffiche di mitra della banda di Salvatore Giuliano: undici persone uccise, tra cui due bambini, più una sessantina di feriti. Incredibile come, a una simile distanza di tempo, non sia stata fatta ancora luce sui mandanti della strage.
Un barlume di speranza si è acceso quando, il 21 aprile scorso, il Presidente del Senato Pietro Grasso, durante un convegno organizzato dall’Istituto Gramsci siciliano, ha annunciato: “C’è una direttiva della Presidenza del Consiglio per togliere il segreto di Stato sulla strage”.
Portella è una località montana del comune di Piana degli Albanesi, situata a 3 km circa da Palermo. In quella vallata, il primo maggio 1947, la gente era tornata a celebrare la Festa del Lavoro, che dal Regime fascista era stata spostata al 21 aprile, ricorrenza del Natale di Roma. Erano circa duemila i lavoratori, molti dei quali agricoltori, che vi si erano riuniti per manifestare contro il latifondismo e festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo (l’alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti) che aveva da pochi giorni battuto la Democrazia cristiana alle elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana.  
La località fu scelta perché, da uno dei sassi del pianoro, alcuni decenni prima, teneva i suoi animati discorsi ai contadini il medico Nicola Barbato, una delle figure simbolo del socialismo siciliano tra Otto e Novecento. Nel ’47, le condizioni di vita del popolo erano miserrime e molti dei partecipanti alla manifestazione - come ammesso da vari sopravvissuti - si trovavano lì anche per mettere qualcosa nello stomaco, un sorso di vino, un boccone di pane con qualche carciofo, unico companatico disponibile.  
Il grande tema all’ordine del giorno era la riforma agraria, ancora da attuare, di cui un precedente significativo era stata l’occupazione delle terre incolte legalizzata, nell’ottobre del ’44, dai decreti del Ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo. A causa delle penuria di cibo, si consentiva ai contadini, con tali provvedimenti, di occupare i terreni sottoutilizzati e si imponeva una diversa ripartizione dei raccolti che favoriva maggiormente i contadini, rispetto ai proprietari, in controtendenza con gli usuali accordi della mezzadria.  
Nella tradizione ancora feudale della Sicilia di quegli anni, tali novità offrivano il destro a un probabile rivolgimento sociale che avrebbe avuto pericolosi riflessi nei sottili equilibri politici della regione gestiti anche e soprattutto dalla mafia. 

Nessun commento:

Posta un commento